
Eravamo a tavola l’ultimo giorno del residenziale del Mistero dell’Ombra. Quei momenti hanno sempre un sapore particolare per me. Le esperienze più intense si sono concluse, le persone cominciano a rilassarsi e le parole arrivano con maggiore spontaneità.
Ci si racconta mentre si mangia, si ripercorrono alcuni passaggi dei giorni trascorsi insieme e, quasi senza accorgersene, si entra in uno di quei discorsi capaci di proseguire anche dopo essere tornati a casa.
Questa volta l’argomento è nato da Laura. Parlava del suo lavoro da dipendente e, per descrivere il modo in cui lo viveva, usava spesso la parola sacrificio. Sacrificare il proprio tempo. Sacrificare una parte della propria libertà. Sacrificarsi per rispettare orari, richieste e responsabilità stabilite da altri.
Intorno a quel tavolo abbiamo cominciato a esplorare insieme il significato di quelle parole: il linguaggio racconta il modo in cui stiamo vivendo molto prima che riusciamo a rendercene conto.
Se descrivo il lavoro come un sacrificio, ogni giornata assume il sapore di qualcosa che mi viene sottratto. Le ore trascorse lavorando sembrano ore consegnate a qualcun altro. Il lunedì diventa il giorno dell'ingresso in carcere, poche ore d'aria la sera, per tornarci il giorno dopo. Fino al venerdì dove vengono concessi ben due giorni d'aria.
Stimolata dal suo racconto le domando: E se il lavoro potesse diventare anche un luogo in cui incontrare te stessa?
Alcuni sostengono che se fai ciò che ami, non lavorerai neanche un giorno della tua vita. È un pensiero affascinante. Contiene l’immagine di una vocazione già presente dentro di noi, pronta per essere scoperta e trasformata in una professione capace di appassionarci per sempre.
Per alcune persone accade proprio così. Sentono la spinta verso una direzione e la seguono costruendo attorno a quella chiamata una parte importante della loro vita.
Per molte altre il percorso prende una strada diversa.
Cominciano a lavorare perché serve uno stipendio per vivere. Arriva l'opportunità di un lavoro fisso e non stanno a pensarci troppo. Lo scopo è guadagnare per vivere. Entrano in azienda, in un ufficio, in un negozio, in una scuola o in un’attività che da bambini avrebbero faticato persino a immaginare.
Ma se da uno stipendio fisso ogni mese, andrà bene così.
Affrontano conflitti, responsabilità, cambiamenti e giornate sempre uguali, fino a quando si accorgono che proprio lì hanno sviluppato capacità che li accompagneranno in ogni altro contesto.
Il lavoro può insegnare molte cose, soprattutto a riconoscere il valore di ciò che sappiamo fare. Anche una professione scelta per bisogno o per cultura può diventare una parte significativa della storia personale.
Guardato da questo punto di vista, la vita ha un senso piacevole anche il lunedì mattina mentre accendi il computer, incontri un collega alla macchinetta del caffè e ti occupi di un compito che svolgi da molti anni.
Comincia ogni volta che torniamo presenti a ciò che stiamo vivendo.
Qualche giorno dopo quella conversazione ho letto una newsletter di Riccardo Scandellari dedicata alla differenza tra “fai ciò che ami” e “ama ciò che fai”.
Quelle parole mi hanno riportata immediatamente a Laura e al nostro tavolo di conversazione.
La passione viene spesso raccontata come un punto di partenza. Prima scopri ciò che ami, poi costruisci il tuo lavoro attorno a quella scoperta.
Eppure la passione può essere anche il risultato di un cammino.
Quando impariamo a fare bene qualcosa, cominciamo a coglierne aspetti che prima sfuggivano al nostro sguardo. La competenza rende visibili dettagli, possibilità e sfumature di cui ancora non ci eravamo accorti. Il coinvolgimento cresce e insieme cresce la soddisfazione di sentirci capaci.
Un’attività inizialmente vissuta come ordinaria può diventare interessante quando iniziamo a comprenderla davvero.
Accade come nelle relazioni. All’inizio vediamo soltanto ciò che appare. Coll tempo scopriamo che dietro a un gesto o a una parola esiste un intero mondo da scoprire. La conoscenza crea profondità e la profondità genera legame.
Anche il lavoro può essere conosciuto in questo modo.
Qualunque sia l'attività che svolgiamo, possiamo chiederci quali capacità stiamo sviluppando, quale parte di noi entra in scena ogni giorno e quale qualità desidera ancora maturare. Ci potremmo accorgere che quel lavoro ci sta insegnando a mettere confini o ci insegna il valore della pazienza.
A volte il compito professionale rappresenta soltanto la superficie. Il vero apprendimento avviene sempre e solo dentro di noi.
La parola sacrificio possiede una storia antica. Significa rendere sacro. Nel linguaggio quotidiano assume spesso il sapore della rinuncia e della fatica sopportata per dovere.
Quando diciamo di sacrificarci per il lavoro, raccontiamo una parte della nostra vita come qualcosa che stiamo offrendo in cambio di sicurezza, riconoscimento o stabilità.
Il punto interessante è capire se quell’offerta possiede ancora un significato.
Perché ogni scelta ha un prezzo. Studiare richiede tempo. Costruire una professione richiede impegno. Crescere un figlio richiede di essere presenti. Vivere una relazione richiede disponibilità. Portare avanti un progetto richiede costanza.
Il peso cambia quando ricordiamo per che cosa stiamo scegliendo di sostenerlo.
Un lavoro da dipendente può offrire stabilità economica, esperienza, relazioni, apprendimento e la possibilità di costruire altri progetti. Può anche rappresentare una fase della vita, una palestra o un luogo in cui esprimere qualità importanti. Quando riconosciamo ciò che stiamo ricevendo, il sacrificio torna a essere una scelta consapevole. E una scelta consapevole restituisce dignità anche alla fatica.
Amare ciò che fai vuol dire portare te stesso nel luogo in cui ti trovi e osservare il modo in cui affronti una difficoltà, il valore che dai al tuo contributo e la qualità delle relazioni che costruisci.
Ti domandi chi stai diventando mentre svolgi il tuo lavoro?
Puoi lavorare in un luogo che apprezzi e vivere ogni giornata in modo distratto. Magari svolgi una professione che hai scelto esclusivamente per denaro e ti accorgi che la puoi trasformare in un’esperienza ricca di significato.
La differenza nasce dal modo e dall'energia che usi mentre fai ciò che fai.
Essere presente significa riconoscere il valore del tempo che stai vivendo adesso, anziché consegnarlo continuamente a un futuro immaginato.
Chiarezza vuol dire vedere ciò che quel lavoro ti offre, ciò che ti chiede e ciò che desideri cambiare.
Responsabilità significa scegliere il passo successivo, anche quando richiede coraggio.
Per qualcuno il passo sarà approfondire le proprie competenze e scoprire un nuovo interesse. Per qualcun altro sarà chiedere condizioni diverse, mettere un confine o dare finalmente voce a un bisogno. Per altri ancora arriverà il momento di preparare una nuova strada, costruendo con serietà le capacità e le risorse necessarie per percorrerla.
Amare ciò che fai significa rendere viva la relazione con il lavoro, qualunque direzione essa prenda.
La spiritualità viene spesso associata alla meditazione, ai ritiri, al silenzio e ai momenti dedicati alla ricerca interiore. Eppure la spiritualità più autentica entra in ufficio ogni mattina insieme a te.
Si manifesta nel modo in cui rispondi alle provocazioni, nella cura con cui svolgi un compito, nella capacità di riconoscere un errore e nel coraggio di esprimere la tua verità.
Vive dentro le telefonate, le riunioni, le scadenze e le relazioni professionali.
Ogni giornata lavorativa è come stare di fronte allo specchio. Ti mostra dove cerchi approvazione, a chi lasci il tuo potere personale e quando hai quel sottile desiderio di controllare tutto per paura della perdita.
Così il lavoro diventa così un luogo di conoscenza. Lo puoi attraversare in modo automatico oppure usarlo per comprendere meglio te stesso.
Questa è una parte essenziale del lavoro che svolgiamo nella SpiritualCoach Academy.
La crescita spirituale diventa concreta quando cambia il modo in cui viviamo le nostre giornate. Dovremo necessariamente farla entrare nelle scelte che facciamo, nelle parole che usiamo per descrivere gli eventi, nelle relazioni e nel modo in cui interpretiamo ciò che ci accade.
La consapevolezza acquista valore quando ci rende capaci di vivere con maggiore libertà proprio dentro la realtà che abbiamo davanti.
Aspetti da tempo di scoprire la tua vera passione?
Senti che la tua vita professionale appartenga a una versione di te ormai superata?
Il lavoro che svolgi possiede ancora qualcosa da insegnarti e chiede soltanto di essere guardato con occhi nuovi?
La risposta nasce raramente tutta insieme. Arriva attraverso dei passi obbligatori: prima impari e sperimenti, più velocemente diventi consapevole di ciò che sai fare e del valore che puoi generare.
Da quel punto comincia il cambiamento. Ti accorgi che una parte del lavoro ti interessa più di quanto pensassi, oppure senti che il cammino sta cambiando direzione.
L’essere apre la strada al fare.
Il fare genera conoscenza e padronanza.
La padronanza rende possibile l’avere.
E la scelta consapevole può diventare amore.
Questo è il movimento per una vita più felice: prendere ciò che incontriamo lungo il cammino, comprenderne il significato e trasformarlo in un’esperienza capace di farci crescere.
Perché possiamo scegliere una nuova strada e possiamo anche diventare persone nuove mentre percorriamo quella che abbiamo già sotto i piedi.