
Immagina di cercare qualcosa che ancora non sai definire, ma sai che la vita così com'è ti sta stretta. Ed eccolo li, il faro che illumina! Può essere un insegnante, un coach, un maestro spirituale, un terapeuta, un guru, perfino un autore che probabilmente non incontrerai mai.
Quella persona trasforma in parole le tue sensazioni.
Ti fa vedere un fotogramma della tua vita che prima sfuggiva, e ti senti finalmente compreso. Addirittura alcune sue frasi sembrano parlare esattamente di te. Il miracolo! Hai visto la luce. E quella stessa luce che hai riconosciuto attraverso quella persona, cominci ad attribuirla alla persona stessa.
Questo è ciò che chiamo innamoramento spirituale, quando qualcun altro sembra vedere ciò che tu ancora non riesci a vedere.
L’innamoramento spirituale può cominciare in un modo bellissimo.
Qualcuno ti prende per mano e ti conduce al fiume perché hai sete, tanta sete, e vuoi bere. Ed eccolo, un fiume intero nel quale dissetarti proprio davanti ai tuoi occhi. È naturale provare gratitudine, affetto, ammirazione e perfino quella particolare forma di entusiasmo che nasce quando senti di avere trovato chi è capace di accompagnarti in territori che da solo faticavi a esplorare.
All’inizio potresti pensare: «Grazie a te vedo qualcosa che prima non vedevo.» Poi, quasi senza accorgertene quella frase può diventare: «Tu vedi meglio di me.» E da lì il passo successivo verso «Dimmi tu cosa è giusto per me» è sorprendentemente breve.
È qui che il faro cambia funzione.
Un faro serve a mostrarti qualcosa mentre sei tu a governare la barca. Quando cominci ad aspettarti dal faro anche la direzione, la rotta e la decisione su dove andare, qualcosa nel rapporto si frantuma.
Possiamo amare profondamente un maestro, riconoscergli un ruolo enorme nella nostra vita, e continuare a essere padroni delle nostre scelte. Possiamo essere grati a qualcuno per ciò che ci ha insegnato, comprendere che il suo incontro ha cambiato la nostra storia, e continuare ad ascoltare ciò che accade dentro di noi.
La questione cambia quando la nostra autorità interiore viene progressivamente consegnata all’altro.
Se prima di prendere una decisione abbiamo bisogno della sua approvazione o il suo giudizio pesa più della nostra percezione, allora la crescita personale e spirituale rischia di trasformarsi in dipendenza spirituale.
Un Corso in Miracoli offre una chiave particolarmente interessante per osservare questo fenomeno: la relazione speciale.
Nella relazione speciale investiamo l’altro di qualcosa che crediamo ci manchi. Facciamo diventare l'altro - e non importa chi sia l'altro - colui che possiede la risposta, la pace, la saggezza, la connessione, magari persino quell’accesso a Dio che pensiamo di dover ancora conquistare.
Gli stiamo dicendo: Tu hai qualcosa che io non ho!
Ed è proprio qui che, secondo me, l’innamoramento spirituale diventa straordinariamente interessante da osservare, perché racconta assai meno chi sia realmente il maestro, e molto di più di ciò che abbiamo proiettato su di lui.
Un Corso in Miracoli parla della relazione speciale d’amore e della relazione speciale d’odio come di due espressioni dello stesso movimento. Nell’amore speciale cerchiamo nell’altro ciò che pensiamo possa completarci: qualcosa che desideriamo, che crediamo di avere perduto oppure che ancora fatichiamo a riconoscere in noi.
Tu possiedi qualcosa di cui ho bisogno per sentirmi completo.
Nell’odio speciale il movimento si rovescia: tu sei responsabile di qualcosa che mi manca, che ho perduto o che mi fa soffrire.
Sembrano due posizioni completamente diverse. Eppure hanno qualcosa di fondamentale in comune: in entrambe il potere rimane fuori di noi. Ed è questo il punto che trovo particolarmente interessante quando parliamo di innamoramento spirituale: prima consegniamo al maestro la nostra luce, poi rischiamo di consegnargli anche la nostra oscurità.
Finché corrisponde all’immagine che abbiamo costruito, tutto funziona.
Poi accade qualcosa che distrugge quell'immagine e arriva la disillusione. Prima o poi il maestro sbaglia. Dice qualcosa che ci ferisce, fa una scelta che fatichiamo a comprendere, mostra un limite, ha una reazione profondamente umana oppur. Molto più semplicemente, smette di corrispondere all’immagine che avevamo costruito.
E il faro cade.
Questo momento può essere dolorosissimo perché, insieme alla persona, sembra crollare anche una parte del mondo che avevamo costruito intorno a lei. L’adorazione può trasformarsi in rabbia. Colui che possedeva tutta la luce diventa improvvisamente colui al quale attribuiamo tutta l’oscurità.
Da faro a colpevole.
Eppure il movimento potrebbe essere ancora lo stesso, soltanto rovesciato. Prima gli avevo consegnato il mio potere attraverso l’idealizzazione, adesso continuo a consegnarglielo attraverso la condanna.
Prima pensavo: «Tu sai, io ancora no.» Adesso penso: «Tu mi hai deluso. Tu mi hai ferito. Tu sei diverso da ciò che credevo.» continuando ad occupare il centro della mia storia personale.
Ed è forse proprio qui che si apre il passaggio più importante dell’intero innamoramento spirituale: accorgermi che la persona che avevo messo sul piedistallo era anche il luogo sul quale avevo proiettato qualcosa di mio.
La sua caduta può diventare qualcosa di diverso da una delusione. Può diventare una restituzione.
C’è però qualcosa che considero importante chiarire: perché accada tutto questo, dall’altra parte non deve esserci necessariamente un manipolatore.
Anche un ottimo insegnante può ritrovarsi investito di un potere che non ha mai chiesto.
Una persona può proiettare sul proprio coach, maestro o insegnante aspettative enormi, attribuirgli capacità quasi sovrumane, interpretarne parole e comportamenti come se contenessero continuamente risposte destinate proprio a lei.
Poi esistono anche persone che quel potere lo accolgono volentieri, lo alimentano e costruiscono intorno a sé relazioni nelle quali gli altri diventano progressivamente più dipendenti.
Una cosa è proiettare il proprio bisogno di una guida su qualcuno, un’altra è incontrare qualcuno che ha bisogno di essere indispensabile.
Quando queste due necessità si incontrano, maestro e allievo possono alimentarsi reciprocamente per molto tempo.
Ed è proprio qui che la responsabilità riguarda entrambi.
Questa domanda riguarda direttamente chi insegna, accompagna, forma o sostiene altre persone nel loro percorso.
Come si accorge un coach, un maestro o un insegnante che qualcuno sta cominciando a innamorarsi spiritualmente di lui? Cosa accade quando si rende conto che ogni sua parola viene presa come una verità? Come reagisce quando qualcuno gli consegna spontaneamente un potere enorme?
Perché anche essere idealizzati può sedurre.
Essere necessari gratifica e sentirsi speciali può diventare una tentazione spirituale tanto quanto considerare speciale il proprio maestro.
Forse è proprio qui che si misura una parte importante della qualità di chi accompagna gli altri. Può godersi il piedistallo oppure può aiutare l’altro a scoprire che quel piedistallo può finalmente restare vuoto.
Un maestro che accompagna verso l’autonomia, prima o poi, dovrà avere il coraggio di restituire all’altro ciò che l’altro continua ad attribuirgli.
Questa risposta puoi imparare a cercarla dentro di te, perché ti appartiene. Quello che riconosci o non riconosci in me, è anche in te.
Accompagnare qualcuno significa anche prepararsi al giorno in cui avrà sempre meno bisogno di essere accompagnato.
La vera maturazione spirituale potrebbe cominciare proprio qui, quando posso guardare chi mi ha insegnato qualcosa e pensare:
Quello che ho visto attraverso di te adesso posso imparare a riconoscerlo in me.
Questa frase cambia completamente la relazione.
Il maestro torna a essere una persona, e l’allievo torna a essere responsabile della propria vita.
Ciò che è stato ricevuto rimane prezioso. Resta ciò che abbiamo imparato, rimangono gli incontri, le parole che hanno aperto porte, le esperienze condivise. E contemporaneamente cominciamo finalmente a camminare con le nostre gambe.
Per questo credo che un vero maestro dovrebbe diventare progressivamente meno indispensabile.
Può accompagnarti, insegnarti, metterti davanti a domande che da solo avresti evitato per anni, mostrarti strumenti e qualche volta vedere un passaggio prima di te. Poi dovrà arrivare il momento in cui quegli stessi strumenti diventano tuoi.
Se dopo anni abbiamo ancora bisogno che qualcuno interpreti la nostra vita, confermi continuamente le nostre intuizioni e stabilisca cosa sia spirituale e cosa appartenga al nostro ego, rimane ancora un passaggio fondamentale da compiere: riprenderci la nostra autorità.
Un Corso in Miracoli porta la relazione speciale verso una possibilità diversa: la relazione santa.
La cosa interessante è che la persona può rimanere la stessa.
Il maestro può rimanere. L’allievo può rimanere. La relazione può continuare. Ciò che cambia è lo scopo che le abbiamo dato.
L’altro smette progressivamente di essere colui che deve completarci, salvarci, indicarci continuamente la strada o confermarci chi siamo. Possiamo finalmente incontrarlo senza chiedergli di portare sulle proprie spalle ciò che avevamo dimenticato di riconoscere dentro di noi.
Questo uno dei passaggi più difficili della crescita spirituale: lasciare che il maestro sia umano senza perdere ciò che attraverso di lui abbiamo imparato.
Posso vedere i suoi limiti senza cancellare ciò che mi ha donato, essere in disaccordo senza trasformarlo in un nemico.
Posso scegliere una strada diversa senza distruggere quella percorsa insieme e persino allontanarmi continuando a essere grato.
A quel punto la relazione cambia perché cambia il luogo dal quale la guardiamo.
La luce che avevi affidato all’altro torna ad essere tua, nel tuo centro. Il faro ti ha indicato la strada e adesso sei tu che continui a camminare, diventando tu stesso faro per altri.
Alcuni maestri li incontriamo proprio perché, per un tratto della nostra vita, abbiamo bisogno di riconoscere la luce riflessa in qualcuno altro, che ci prende per mano e ci conduce al fiume. Avevamo sete e finalmente abbiamo bevuto.
Ma sarebbe curioso trascorrere il resto della vita ringraziando il dito che ci ha indicato l’acqua dimenticandoci di bere.
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