
Accendi la televisione o scorri le notizie sul cellulare? Allora ti sarai sicuramente accorto di avere la sensazione che il mondo stia diventando un luogo sempre più ostile. Un terremoto dall'altra parte del pianeta, un'ondata di caldo che sembra senza precedenti, le guerre, gli incendi estivi, le crisi economiche e via discorrendo arrivano davanti ai nostri occhi nello stesso momento.
Ed ecco che cominciamo a pensare che siano eventi straordinari, come se la storia avesse improvvisamente accelerato.
Eppure vale la pena fermarsi un attimo e domandarsi se il mondo è davvero molto più pericoloso di un tempo oppure è cambiato il modo in cui lo percepiamo.
Le neuroscienze ci offrono una risposta sorprendente! Il cervello umano non è stato progettato per descrivere la realtà con precisione assoluta.
È stato progettato per proteggerci.
Questa differenza, che può sembrare soltanto una sfumatura, cambia completamente il nostro modo di guardare ciò che accade intorno a noi.
Per milioni di anni gli antenati hanno vissuto in ambienti dove accorgersi di un pericolo significava continuare a vivere. Chi notava subito un animale feroce, una situazione rischiosa o un cambiamento improvviso aveva maggiori possibilità di sopravvivere.
Per questa ragione il nostro cervello ha sviluppato un sistema di attenzione che privilegia tutto ciò che potrebbe rappresentare una minaccia.
Ancora oggi funziona esattamente così.
Una buona notizia ci fa sorridere e respirare per qualche istante. Una notizia drammatica invece rimane nella mente molto più a lungo. È ciò che gli studiosi chiamano bias della negatività: la tendenza naturale ad attribuire maggiore importanza agli eventi negativi rispetto a quelli positivi.
Questo meccanismo in passato era un prezioso alleato della sopravvivenza: oggi vive in un ambiente completamente diverso da quello per cui si è evoluto.
Fino a pochi decenni fa le persone conoscevano soprattutto ciò che accadeva nel proprio territorio. Un terremoto in Asia, un incendio in Australia o un uragano nei Caraibi potevano restare sconosciuti per settimane o addirittura per sempre.
Ora tutto avviene sotto i nostri occhi nel giro di pochi minuti.
Non assistiamo soltanto ai fatti. Vediamo immagini, ascoltiamo testimonianze, leggiamo commenti, osserviamo video ripetuti centinaia e centinaia di volte da più persone.
Ogni contenuto lascia una traccia emotiva e il cervello, che distingue con difficoltà ciò che è vicino da ciò che è lontano, registra tutto come se facesse parte dello stesso panorama quotidiano.
È un'esperienza nuova nella storia dell'umanità. La tecnologia ha accorciato le distanze, mentre il nostro sistema nervoso continua a funzionare con gli stessi meccanismi di migliaia di anni fa.
Per questo, spesso, proviamo la sensazione di vivere in un'emergenza continua.
Esiste un altro fenomeno molto interessante. Più un'informazione viene ripetuta, più il cervello tende a considerarla frequente.
Se nell'arco della giornata ascoltiamo decine di servizi dedicati al caldo, agli incendi o ai terremoti, la nostra mente conclude che questi eventi stiano occupando gran parte della realtà. In verità stanno occupando gran parte della nostra attenzione.
La differenza è sottile, eppure enorme!
Questo non significa che alcuni fenomeni come il cambiamento climatico, non siano reali o che meritino poca attenzione. Significa piuttosto che la nostra percezione nasce dall'incontro tra ciò che accade e il modo in cui il cervello organizza le informazioni.
La realtà e la percezione della realtà sono due cose profondamente collegate, senza essere la stessa cosa.
Quando questa distinzione sfugge, il senso di allarme cresce giorno dopo giorno e finisce per accompagnarci anche nei momenti in cui, nella nostra vita concreta, tutto procede serenamente.
Essere informati è importante. Conoscere ciò che accade nel mondo ci rende cittadini consapevoli e persone più responsabili. Allo stesso tempo diventa essenziale ricordare che il nostro cervello amplifica spontaneamente ciò che percepisce come pericoloso.
Ogni tanto vale la pena domandarsi se stiamo osservando il mondo oppure soltanto la selezione di notizie che gli algoritmi, i mezzi di comunicazione e il nostro stesso cervello hanno scelto per noi.
Questa domanda non serve a minimizzare i problemi del nostro tempo, ma a recuperare lucidità.
Imparare a distinguere i fatti dall'effetto che producono sulla nostra mente ci permette di ritrovare uno spazio interiore nel quale possiamo scegliere come rispondere agli eventi, invece di reagire in modo automatico.
Ed è proprio qui che si crea un ponte interessante tra neuroscienze e Un Corso in Miracoli. Le neuroscienze ci spiegano come il cervello costruisce la percezione, selezionando e interpretando le informazioni per proteggerci. Un Corso in Miracoli ci invita a fare un passo ulteriore: osservare quella percezione e riconoscere che possiamo scegliere un'altra interpretazione.
In altre parole il cervello reagisce automaticamente, mentre la consapevolezza può scegliere. Il cervello vede pericolo, la mente può decidere se continuare a credere a quella lettura oppure aprirsi a una visione più ampia, meno guidata dalla paura.
Credo che la vera sfida della nostra epoca consista proprio in questo: continuare a essere presenti, informati e sensibili senza permettere alla paura di diventare il filtro attraverso cui osserviamo ogni cosa.
La qualità della vita dipende anche da come interpretiamo ciò che accade intorno a noi. Se impariamo a riconoscere i meccanismi del nostro cervello, possiamo evitare di lasciarci travolgere da una percezione distorta della realtà e mantenere uno sguardo più equilibrato su ciò che viviamo ogni giorno.
Come sempre, dobbiamo solo accorgerci.
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