
Devi stare bene, essere in forma, guarire il cuore, l’anima, il corpo e la mente. Devi respirare meglio, mangiare, dormire, amare e comunicare meglio. Devi perdonare, lavorare su di te, sciogliere i blocchi, sistemare le ferite, riconoscere i traumi, trasformare le credenze, alzare la vibrazione. Devi restare centrato, mantenere l’energia pulita, ascoltare il corpo, seguire l’intuito, coltivare relazioni sane, lasciare andare il passato, aprirti all’abbondanza, vivere nel presente.
E poi cos’altro?
A un certo punto viene da chiederselo davvero, con quella stanchezza che conoscono bene le persone abituate alla guarigione interiore, a prendersi cura di sé, a cercare risposte, a fare percorsi, a leggere libri, a partecipare a seminari. A guardarsi dentro e fuori, insomma.
La crescita personale e spirituale nasce come una promessa di libertà, poi rischia di sommarsi alle mille cose da fare. E così anche stare meglio, quando lo carichiamo di aspettative, diventa un nuovo luogo di pressione.
Ma così facendo, stiamo davvero andando verso una vita migliore?
Viviamo in un tempo in cui il corpo deve essere tonico, la mente lucida e positiva, il cuore aperto e capace di amare con equilibrio. E l’anima? Naturalmente deve splendere, e persino il dolore deve avere una forma presentabile.
Ora, parliamoci chiaro: c’è qualcosa di profondamente umano nel desiderio di stare meglio. Nessuno nasce per restare nella sofferenza, e cercare la guarigione interiore è un gesto d’amore verso la vita.
Il punto è che, a forza di sentircelo ripetere, rischiamo di vivere ogni fragilità come un compito da svolgere. Se sto male, allora devo lavorarci. Se sono triste, devo capirne subito la causa. Se mi arrabbio, devo guarire quella ferita. Se ho paura, devo trasformarla. Se mi fermo, devo chiedermi cosa sto evitando.
Non lo trovi faticoso?
In questo modo la vita interiore diventa una palestra aperta h24, e noi entriamo in una specie di allenamento infinito, dove ogni emozione o cedimento viene messo sotto la lente d’ingrandimento.
Un po’ va bene, è utile perché è proprio quell’attenzione che ci salva dagli automatismi.
Detto ciò, esiste anche una forma di stanchezza spirituale che nasce quando la guarigione interiore diventa un obbligo e ci sentiamo sempre in debito con una versione migliore di noi stessi.
La parola guarigione interiore è potente.
E come ogni cosa potente, porta con sé un’ombra sottile: può farci credere che ci sia qualcosa di sbagliato in noi, qualcosa da riparare prima di poter vivere pienamente. Allora rimandiamo la vita a dopo. Dopo che avrò guarito il cuore, fatto pace con il passato, e che il corpo sarà diventato più forte e la mente calma. Dopo, sempre dopo.
La questione è che quel dopo può diventare la nostra bella prigione, arredata di tutto punto, nella quale restiamo chiusi per anni.
La guarigione interiore autentica, almeno per come la sento io, dovrebbe riportarci alla vita e non trattenerci in un continuo lavoro preparatorio. Dovrebbe renderci più presenti, più veri e disponibili all’amore e alla gioia semplice di esserci.
Se diventa un progetto di perfezionamento personale, comincia a trasformarsi in qualcos’altro. E questa non è spiritualità: è un’altra forma di controllo molto ben mascherata.
C’è una grande differenza tra prendersi cura di sé e vivere come se ogni parte di noi dovesse superare un esame. La cura ha un respiro morbido, anche quando è profonda. Accoglie la poca voglia di fare come parte del processo, affida e si fida. La prestazione invece ha il fiato corto, anche se usa parole piene di luce.
A volte la guarire interiormente significa permettere al cuore di battere anche mentre fa male.
La mente può aver bisogno di riposo invece che di nuove spiegazioni, il corpo di essere accolto con rispetto anche quando non corrisponde all’immagine che avevamo in mente, e l’anima di un gesto semplice in cui smettiamo di inseguire una luce ideale per riconoscere quella che già filtra dalle crepe.
Non tutto deve diventare per forza un percorso.
Siamo esseri umani con il nostro carico di storia, desideri, paure, intuizioni, sogni, inciampi, ripartenze. E la cosa più spirituale che possiamo fare è smettere di aggiungere pressione e tornare al nostro umano scorrere della vita, con i suoi alti e bassi, per riconoscere che oggi siamo qui, con quello che c’è, e che questo basta per ricominciare.
La guarigione interiore è un ritorno a noi stessi, un rientrare a casa dentro la nostra umanità senza doverla edulcorare o spiegare continuamente per renderla degna. È la possibilità di accorgerci che siamo interi anche mentre qualcosa in noi sta ancora imparando a stare al mondo.
Per cui il punto non è guarire tutto a tutti i costi.
Cominciamo da qui, nel vivere pienamente ciò che stiamo attraversando, usando gli strumenti che abbiamo, se li abbiamo. Altrimenti, procuriamoceli, e poi usiamoli per vedere cosa accade.
Guarire profondamente è questo: smettere di considerarci incompleti e cominciare a guardarci come creature vive, in cammino, sensibili e capaci di cadere e rialzarci. Lo abbiamo già fatto, dunque lo sappiamo fare. Siamo capaci di amare anche con una parte del cuore ancora tremante.
E allora prendiamoci cura del corpo, della mente, del cuore e dell’anima. Facciamolo con serietà e con amore, tenendo sempre ben presente che siamo venuti al mondo per vivere e non per passare la vita a correggerci.
La guarigione interiore è sacra quando ci riporta alla vita. Altrimenti è solo fatica.