
In auto mentre andavamo verso l'aeroporto, mi racconta che un'amica le ha confidato di aver avuto un messaggio per lei da un parente defunto: «Se vuoi guarire devi smettere di fare quella cura.»
La ascolto mentre mi sale la carogna, perché quella frase non è una frase qualunque. È un macigno lanciato addosso senza nessun preavviso, che può portare chi lo riceve nello sconforto, anziché essere d'aiuto.
Non è una storia isolata. È già accaduto che più persone mi raccontassero qualcosa di simile, con quello stesso smarrimento nello sguardo, come se qualcuno avesse infilato una mano nel loro passato e avesse tirato fuori un’immagine senza spiegare dove metterla, come guardarla, con quali strumenti attraversarla.
Ci sono persone con una sensibilità più spiccata di altre, ma una cosa è percepire, un’altra è consegnare ciò che si percepisce come se fosse una sentenza.
Una volta una ragazza che stava facedo il percorso della SpiritualCoach Academy mi disse: “Ma se io percepisco qualcosa rispetto a una persona, è mio compito dirlo”.
Ecco, partiamo da qui: no, non è tuo compito.
Il tuo compito, se sei in una relazione di aiuto, è prima di tutto custodire lo spazio dell’altro. È sentire il peso delle parole prima di pronunciarle, e comprendere che ogni informazione, soprattutto quando tocca ferite profonde, richiede un contenitore adeguato.
La persona davanti a te non è un territorio da esplorare senza il suo permesso. È un essere umano coi suoi tempi, le sue difese, la sua storia, il suo modo di arrivare alla verità.
Quando dici a una persona qualcosa di impattante senza verificare se ha gli strumenti per accoglierlo, stai mettendo al centro il tuo ego e non il suo bene. Stai silenziosamente dicendo: «Faccio io per te.» Questo non è aiuto: è prevaricazione, manipolazione!
Nel lavoro spirituale, energetico, simbolico o intuitivo, la percezione può diventare un dono soltanto quando è accompagnata da maturità e competenze. Da sola può trasformarsi in invasione, e da rivelazione diventa un peso.
Non è aiuto aprire una porta e lasciare la persona lì, in piedi, con il cuore in mano e nessuno che sappia accompagnarla dentro quella stanza.
Ed è importante anche distinguere i diversi ambiti di intervento.
La psicologia e la psicoterapia si occupano della salute mentale, dei traumi, delle dinamiche profonde della personalità e dispongono di strumenti specifici per accompagnare l'elaborazione di esperienze dolorose.
Il coaching lavora su obiettivi, risorse, scelte e sviluppo personale, senza entrare nel trattamento di ferite traumatiche o disturbi psicologici.
Le pratiche energetiche e spirituali possono offrire sostegno, consapevolezza, significati simbolici e occasioni di crescita interiore, ma non sostituiscono un percorso terapeutico né autorizzano a formulare interpretazioni o affermazioni su eventi traumatici della vita di una persona.
Conoscere questi confini non impoverisce il lavoro spirituale: lo rende più serio, più etico e più rispettoso per chi si affida a noi.
Certe informazioni vanno trattate con una delicatezza enorme. Parlare di possibile memorie dolorose richiede una responsabilità che va ben oltre il “mi è arrivato”.
Questa espressione - “mi è arrivato” - a volte viene usata come lasciapassare per dire qualunque cosa. Come se bastasse ricevere un’immagine, una sensazione, una parola interiore per avere il diritto di depositarla addosso a un’altra persona.
Eppure ciò che arriva attraversa anche il nostro vissuto, le paure di ferite ancora aperte. Il desiderio di essere utili è spesso accompagnato dal bisogno di sentirci in qualche modo speciali.
Per questo il lavoro su di sé è fondamentale.
Un corso di due giorni di channeling, una certificazione veloce, una tecnica imparata nel fine settimana possono aprire una curiosità, dare qualche strumento iniziale, creare entusiasmo. Poi comincia il lavoro vero e continuo, in cui impari a distinguere ciò che senti davvero da ciò che stai proiettando.
Impari a fermarti e ad accorgerti che tacere è la forma più alta di cura, e che l'accesso a un’informazione non significa avere il permesso di consegnarla.
La relazione d'aiuto non è un palcoscenico per mostrare quanto siamo sensibili, canalizzanti, intuitivi o profondi. È un campo di grande, enorme responsabilità. Chi si affida a noi spesso arriva con una parte vulnerabile già esposta. A volte lo fa con fiducia, altre volte con disperazione, e dentro ha mille domande che spesso non sa neppure come formulare.
Ogni affermazione può orientare, ferire, confondere oppure sostenere. Per questo serve una qualità di presenza che sappia stare un passo indietro rispetto al desiderio di mostrare quando è grande il nostro ego.
Se una persona è pronta a incontrare un pezzo profondo della propria storia, spesso ci arriva attraverso un movimento interiore graduale.
Il mestiere di uno SpiritualCoach dell'Academy è accompagnare nel riconoscere i segnali, le intuizioni e anche le contraddizioni che emergono dal suo stesso mondo.
Questo è molto diverso dal ricevere una frase dall’esterno che cade come un verdetto.
La verità, quando riguarda l’anima di una persona, ha bisogno di radici da far crescere in un terreno fertile. Ci sono momenti in cui chi accompagna può sentire, vedere o percepire e scegliere di non dire. Questa non è omissione. È sapienza e rispetto del libero arbitrio.
Può limitarsi a fare domande e a sostenere un’emozione che sta emergendo senza aggiungere materiale grezzo che appartiene a un piano ancora fragile. Potrà preparare chi ha di fronte a fidarsi delle proprie percezioni anziché sostituirle con una rivelazione esterna.
Perché la relazione di aiuto dovrebbe rendere una persona più vicina a sé stessa, non più dipendente da chi vede al posto suo.
Questo è un punto decisivo, soprattutto in un tempo in cui molte pratiche spirituali vengono consumate velocemente, promosse con parole altissime e usate con una leggerezza imbarazzante.
Sentire non basta.
Canalizzare non basta.
Avere intuito non basta.
Serve una struttura interiore solida, etica eserve la capacità di riconoscere i propri limiti. Quando so fin dove posso arrivare, la persona davanti a me è al sicuro. Se riconosco che una certa informazione ha bisogno di un altro tipo di accompagnamento, sto onorando il mio ruolo. Scelgo di non impressionare l’altro con gli effetti speciali delle mie percezioni, ma di mettere la sua dignità e libera scelta prima del mio desiderio di essere riconosciuta.
Questo per me è il cuore della questione.
La spiritualità si avvicina con passo attento. Ascolta il respiro della persona. Si domanda se quella parola serve davvero, se apre uno spazio utile, se sostiene un processo già vivo oppure se rischia di creare confusione.
Soprattutto si domanda qual è lo scopo e ascolta la risposta.
Chi accompagna ha una responsabilità enorme: aiutare l’altro a ritrovare la propria voce, la propria verità, la propria forza interiore. Tutto il resto viene dopo.
Perciò, se percepisci qualcosa rispetto a una persona, fermati un istante prima di parlare. Chiediti da dove arriva, a cosa serve, che effetto può avere, se l’altro ha davvero chiesto di riceverlo e se tu sei la persona adatta per accompagnare ciò che potrebbe aprirsi.
A volte la frase più evoluta è quella che scegli di custodire e l’aiuto più grande è restare presenti senza sostituirsi agli altri. E a volte il vero talento spirituale si vede proprio lì, nella capacità di sentire molto e usare le parole con rispetto.
Se avrai bisogno di migliorare la tua quotidianità, ho riservato per te una telefonata conoscitiva per capire come poterti essere veramente d'aiuto. Se vorrai ...