
Aveva cambiato lavoro tre volte negli ultimi cinque anni e ogni volta aveva pensato di aver trovato finalmente il posto giusto. All'inizio tutto sembrava promettente. I colleghi erano disponibili e il responsabile apprezzava il suo impegno. Lei tornava a casa soddisfatta e raccontava con entusiasmo i progetti ai quali stava lavorando.
Eppure dopo un po' di tempo qualcosa cominciava a cambiare. Si ritrovava a svolgere compiti che appartenevano ad altri e accettava richieste anche quando avrebbe avuto bisogno di riposare. Finiva per sentirsi poco considerata e così resisteva qualche mese accumulando delusione finché decideva di andarsene.
E ricominciava da capo.
Era convinta di essere particolarmente sfortunata nella scelta delle aziende. In fondo ogni volta aveva incontrato persone differenti e lavorato in ambienti completamente nuovi. Come poteva immaginare che quelle esperienze avessero qualcosa in comune?
Durante una sessione di coaching stava raccontando l'ennesima delusione professionale quando si fermò improvvisamente su una frase che aveva appena pronunciato: «Alla fine sono sempre io quella che deve occuparsi di tutto».
La conosceva bene quella frase. L'aveva sentita pronunciare da sua madre per tutta l'infanzia e crescendo aveva imparato a considerarla una conseguenza naturale dell'essere una persona affidabile.
Fu allora che cominciò a interrogarsi sul significato che aveva attribuito alla disponibilità e su quanto fosse diventato importante sentirsi necessaria.
La ripetizione possiede una caratteristica curiosa: cambia i personaggi e modifica le circostanze. Qualche volta ci porta persino in luoghi lontanissimi lasciandoci la sensazione di conoscere già il finale della storia.
Possiamo innamorarci di una persona completamente diversa da quella che abbiamo lasciato e convincerci che questa volta la relazione prenderà un'altra direzione. Passano i mesi e ci ritroviamo a provare quella stessa solitudine che conosciamo fin troppo bene. Ripensando a ciò che è accaduto scopriamo di aver ricominciato a mettere da parte i nostri desideri pur di conservare l'armonia. Avevamo fatto la stessa cosa nella relazione precedente e probabilmente anche in quella ancora prima.
Qualcosa di simile può accadere nelle amicizie. Ci rendiamo disponibili ogni volta che qualcuno ha bisogno di noi e finiamo per considerare naturale rinunciare ai nostri impegni pur di esserci. Poi arriva il giorno in cui avremmo bisogno di essere ascoltati e ci accorgiamo con amarezza che gli altri sembrano troppo occupati. Ci sentiamo trascurati e magari concludiamo che le persone siano diventate egoiste senza domandarci quale posto abbiamo imparato a occupare nelle nostre relazioni.
La nostra mente apprende attraverso l'esperienza.
Nel corso della vita impariamo a interpretare ciò che ci accade attraverso le esperienze che abbiamo vissuto. Con il tempo questo modo di osservare il mondo diventa così familiare da influenzare le nostre decisioni prima ancora che ce ne accorgiamo.
Chi ha imparato molto presto che per essere apprezzato deve rendersi indispensabile potrebbe continuare a cercare riconoscimento attraverso la propria disponibilità anche quando questo comportamento lo porta a trascurare i suoi bisogni.
E magari pur avvertendo tutta la fatica di quel modo di vivere continua a comportarsi come ha sempre fatto perché l'idea di deludere qualcuno gli sembra ancora più difficile da sopportare.
Eppure mentre osserviamo ciò che gli altri fanno, ci sfugge facilmente il contributo che le nostre abitudini possono avere nella costruzione di una situazione.
Vale la pena esplorare questa possibilità con attenzione perché riconoscere la propria partecipazione a una dinamica è molto diverso dall'attribuirsene tutta la responsabilità. Le altre persone rimangono responsabili delle loro scelte e alcune circostanze sfuggono alla nostra possibilità di intervento.
Possiamo però imparare a riconoscere lo spazio nel quale le nostre decisioni fanno una differenza e scoprire quanto potere abbiamo nel determinare il modo in cui desideriamo vivere.
Immagina di entrare in una stanza nella quale hai trascorso molti anni della tua vita. Conosci la disposizione dei mobili e sai dove trovare gli oggetti. Potresti raggiungere la finestra anche attraversando la stanza quasi al buio perché il tuo corpo ricorda quel luogo e si muove seguendo percorsi diventati familiari.
Ora immagina che qualcuno abbia spostato i mobili.
Per qualche tempo continuerai probabilmente a cercare l'interruttore dove si trovava prima oppure allungherai la mano verso un tavolo che è stato trasferito dall'altra parte della stanza.
Qualcosa di simile può accadere con le nostre abitudini interiori.
Portiamo con noi ciò che abbiamo imparato e lo utilizziamo per orientarci anche nelle situazioni nuove. Così può bastare che qualcuno ci rivolga la parola con un tono particolare perché riaffiori un'emozione conosciuta magari legata a una persona che appartiene ormai al nostro passato.
Oppure ci ritroviamo ad aspettare una risposta a un messaggio e mentre il tempo passa cominciamo a convincerci che l'altro abbia perso interesse per noi. Guardiamo più volte il telefono cercando un segnale e intanto la nostra mente costruisce spiegazioni sempre più dolorose.
La possibilità che quella persona sia semplicemente occupata arriva soltanto dopo, quando abbiamo già trascorso buona parte della giornata a immaginare un rifiuto.
Il passato può continuare a partecipare al presente attraverso il significato che attribuiamo alle esperienze.
E qui possiamo far nascere una domanda interessante: Quanto di ciò che sto vivendo appartiene veramente alla situazione di oggi e quanto invece deriva dal modo in cui ho imparato a interpretare situazioni simili?
Vale la pena di fermarsi a rispondere perché siamo così abituati a fidarci delle nostre interpretazioni da considerarle spesso una descrizione fedele della realtà.
Pensa a quante volte hai discusso con qualcuno per qualcosa che eri convinto avesse voluto dire e soltanto dopo hai scoperto che le sue intenzioni erano completamente diverse. Oppure a quella volta in cui hai rinunciato a una possibilità perché eri certo di conoscere già il risultato e qualche tempo dopo hai compreso che avresti potuto almeno tentare.
Tra ciò che accade e il significato che gli attribuiamo può esserci uno spazio molto più ampio di quanto immaginiamo. Imparare a riconoscerlo ci permette di osservare le nostre convinzioni con maggiore libertà.
Durante gli anni dedicati al coaching e alla crescita spirituale ho incontrato molte persone stanche di ritrovarsi davanti alle stesse difficoltà.
Spesso conoscevano perfettamente la propria storia e sapevano spiegare con grande precisione da dove provenissero certi comportamenti. Eppure continuavano a ripeterli quasi che la comprensione raggiunta facesse fatica a trovare una strada nella vita quotidiana.
Mi è successo di ascoltare persone che avevano letto moltissimi libri sulla crescita personale e partecipato a numerosi corsi. Erano perfettamente in grado di riconoscere i propri schemi e di raccontare le esperienze che li avevano generati. Poi tornavano a casa e davanti alla prima situazione difficile si ritrovavano a reagire esattamente come avevano sempre fatto.
Comprendere è importante eppure la conoscenza di sé acquista un significato particolare quando comincia a influenzare il nostro modo di vivere.
Torniamo alla donna che abbiamo incontrato all'inizio di questo racconto e che ho realmente accompagnato durante un percorso di coaching la cui esperienza mi ha offerto un'occasione preziosa di riflessione.
Immaginiamola davanti all'ennesima richiesta del suo responsabile arrivata proprio mentre sta per concludere una giornata particolarmente impegnativa. La risposta abituale è già pronta perché in fondo ha sempre fatto così e sa benissimo quanto gli altri contino sulla sua disponibilità.
Questa volta però ricorda la conversazione avvenuta durante il coaching nella quale aveva riconosciuto il suo bisogno di sentirsi necessaria. Prima di rispondere si concede qualche istante per comprendere cosa desidera davvero.
Potrebbe scegliere di accettare oppure spiegare che se ne occuperà il giorno successivo. La differenza sta nella possibilità di riconoscere ciò che la muove e di rispondere consapevolmente anziché seguire automaticamente un'abitudine.
Forse il responsabile accoglierà tranquillamente la sua decisione oppure manifesterà un certo disappunto. Sarà comunque un'occasione per osservare ciò che prova davanti alla reazione dell'altro e comprendere meglio quanto il bisogno di approvazione abbia influenzato le sue scelte.
Immagino che all'inizio possa provare un certo disagio. Magari continuerà a pensarci durante il tragitto verso casa e si domanderà se avrebbe fatto meglio ad accettare. Poi arriverà una nuova occasione per scegliere e forse quella volta le risulterà più semplice esprimere ciò che desidera.
Il cambiamento personale prende forma anche attraverso queste esperienze quotidiane nelle quali impariamo a riconoscere le nostre reazioni e scopriamo la possibilità di comportarci diversamente.
A volte il processo richiede tempo e può beneficiare del sostegno di un professionista adeguatamente formato soprattutto quando sono coinvolte esperienze dolorose o difficoltà che incidono profondamente sulla vita quotidiana.
Una parte importante del mio lavoro nasce dalla convinzione che la spiritualità possa trovare espressione nella vita di ogni giorno attraverso il modo in cui ci relazioniamo con noi stessi e affrontiamo le esperienze.
È anche da questa ricerca che è nato LoveHealing® – Tecniche di Risveglio Interiore il percorso esperienziale che ho sviluppato nel corso degli anni e che continuo a insegnare.
Durante gli incontri lavoriamo sulla consapevolezza personale e sul rapporto tra ciò che pensiamo e ciò che sentiamo. Esploriamo il significato che attribuiamo agli avvenimenti attraverso pratiche guidate che permettono di fare esperienza diretta di quanto emerge.
Mi interessa particolarmente quel passaggio in cui una persona comincia a osservare la propria esperienza con occhi diversi.
Magari una convinzione che l'ha accompagnata per anni comincia a sembrarle meno assoluta e una situazione che aveva sempre considerato inevitabile le appare improvvisamente sotto una luce differente.
Riconoscere queste possibilità significa iniziare a interrogarsi sul proprio modo di vivere e sulle scelte che desideriamo compiere.
LoveHealing si rivolge alle persone interessate ad approfondire la propria crescita personale e spirituale. Può essere un'esperienza significativa anche per gli operatori del benessere e i coach che desiderano conoscere ulteriori strumenti di auto-osservazione da utilizzare nel rispetto delle proprie competenze professionali.
Il prossimo 26 novembre 2026 dalle 18:30 alle 19:45 terrò un laboratorio online gratuito dal titolo Perché continuo a vivere le stesse situazioni?
Se desideri approfondire l'origine del metodo e conoscere le esperienze proposte durante i corsi puoi visitare la pagina dedicata a LoveHealing® – Tecniche di Risveglio Interiore.
Il prossimo corso di LoveHealing Base si svolgerà invece il 16 e 17 gennaio 2027 dalle 9:00 alle 13:00 per un totale di otto ore di formazione.
Vorrei lasciarti con una domanda che puoi portare con te nei prossimi giorni: Se la situazione che continui a vivere avesse qualcosa da mostrarti sul modo in cui ti relazioni con te stesso, quale aspetto della tua storia personale varrebbe la pena osservare con maggiore attenzione?
Magari proprio oggi davanti a una circostanza che conosci fin troppo bene potresti concederti qualche istante prima di reagire come hai sempre fatto. Ascoltare ciò che senti e osservare il pensiero che accompagna la tua reazione potrebbe aiutarti a riconoscere quanto sia familiare quel pensiero e da quanto tempo ti accompagni.
E forse proprio questa familiarità potrebbe diventare il motivo per interrogarti su quanto ancora ti appartenga e su quale altra possibilità desideri esplorare.
Ci vediamo in aula, se ti andrà.