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il mito della competizione
20 ottobre 2026

Immagina due bambini stanno costruendo un castello di sabbia. Uno raccoglie l'acqua con un secchiello la versa lentamente sulla sabbia e comincia a modellare una torre. L'altro lo osserva poi si mette al lavoro qualche metro più in là. Ognuno è immerso nella propria costruzione impegnato a dare forma a qualcosa che fino a pochi minuti prima esisteva soltanto nella sua immaginazione.

Un adulto si avvicina guarda i due castelli e con l'intenzione di incoraggiarli esclama: «Vediamo chi riesce a fare quello più bello!».

I bambini si guardano e il gioco si trasforma in una gara.

Le torri vengono confrontate l'altezza acquista importanza e la sabbia che era stata materia di scoperta diventa strumento di bravura.

Uno dei bambini accelera i movimenti per superare l'altro mentre il secondo comincia a preoccuparsi della propria costruzione. Entrambi continuano a fare esattamente ciò che stavano facendo prima eppure il significato della loro esperienza è totalmente cambiato.

È bastata una frase per spostare l'attenzione dal piacere di creare al bisogno di prevalere.

Mi domando quante volte diventando adulti continuiamo a costruire castelli di sabbia con lo stesso spirito competitivo convinti che il valore di ciò che realizziamo dipenda dal confronto con quello che stanno costruendo gli altri.

La competizione e il bisogno di dimostrare il proprio valore

Abbiamo imparato molto presto a misurare il nostro valore attraverso il confronto. A scuola c'erano i voti e le classifiche nello sport i risultati in famiglia i paragoni tra fratelli e sorelle. Per i figli unici c'erano quelli dei vicini di casa.

Crescendo è cambiato il terreno di gioco e abbiamo trasferito le abitudini nel lavoro e nelle relazioni.

La competizione viene spesso presentata come una virtù indispensabile per migliorare sé stessi. Ci viene raccontato che avere qualcuno da superare stimola l'impegno e permette di raggiungere risultati più ambiziosi.

In alcune circostanze è proprio così. Una gara sportiva può incoraggiare la disciplina e il desiderio di affinare le proprie capacità mentre un confronto professionale può aprire prospettive interessanti. Il punto a mio avviso riguarda il significato che attribuiamo alla vittoria e soprattutto ciò che accade dentro di noi quando qualcun altro raggiunge un risultato migliore del nostro.

Il vero mito della competizione consiste nel credere che per sentirci capaci meritevoli e realizzati dobbiamo essere migliori di qualcun altro.

È una convinzione che può accompagnarci per tutta la vita insinuandosi anche nelle esperienze più intime. Si manifesta ogni volta che il successo di un'altra persona viene percepito come una minaccia alla nostra riuscita.

Pensiamo ad esempio a qualcuno che ha lavorato anni per avviare la propria attività. Finalmente arrivano i primi clienti il lavoro comincia a dare soddisfazione e i sacrifici acquistano un senso. Poi scopre che un collega partito nello stesso periodo ha ottenuto risultati economici superiori.

Fino a quel momento era soddisfatta del proprio percorso. Ora comincia a considerarlo insufficiente.

Che cosa è realmente cambiato nella sua vita? Il punto da cui osserva ciò che ha realizzato.

Questa è una delle conseguenze più sottili della competizione: consegniamo agli altri il potere di stabilire quanto vale la nostra esperienza.

Dal confronto alla consapevolezza

Nella crescita personale il confronto può diventare un'occasione preziosa per conoscere sé stessi soprattutto quando impariamo a osservare ciò che suscita dentro di noi.

Se il successo di qualcuno provoca fastidio gelosia o un senso di inferiorità possiamo utilizzare quelle emozioni per comprendere quale convinzione stiamo alimentando.

Magari siamo cresciuti pensando che l'amore dovesse essere conquistato attraverso i risultati. Magari abbiamo imparato ad associare il riconoscimento alla capacità di distinguerci dagli altri. Col tempo queste voci diventano familiari a tal punto da sembrarne noi gli autori.

Dunque la questione si sposta dalla persona con cui ci confrontiamo alla relazione che abbiamo costruito col nostro valore.

Se mi concentro su cosa penso di me se qualcun altro riesce dove io sto ancora cercando la mia strada comincio a spostare l'attenzione. Vado oltre l'apparenza della competizione e mi permetto di osservare il bisogno che la sostiene.

Talvolta desideriamo davvero raggiungere un determinato obiettivo. Altre volte desideriamo soprattutto il riconoscimento che immaginiamo di ottenere raggiungendolo. La differenza è sostanziale. Nel primo caso stiamo seguendo una direzione che abbiamo scelto, nel secondo rischiamo di organizzare la nostra vita intorno allo sguardo degli altri.

Ecco perché considero la conoscenza di sé una delle forme più profonde di libertà personale. Ci permette di distinguere ciò che desideriamo davvero da ciò che abbiamo imparato a desiderare per sentirci all'altezza.

La competizione spirituale: l'ego vuole sempre arrivare primo

La competizione possiede una straordinaria capacità di adattamento. Cambia abito a seconda dell'ambiente in cui si trova e riesce a entrare persino nei luoghi dedicati alla crescita spirituale.

Anche qui dove parliamo di amore consapevolezza e superamento dell'ego possiamo ritrovarci a confrontare il nostro percorso con quello degli altri.

Se ad esempio una persona racconta di aver raggiunto uno stato di profonda pace interiore attraverso la meditazione, improvvisamente potremmo sentire il bisogno di capire a che punto siamo noi. Un'altra persona condivide un'esperienza spirituale particolarmente intensa e cominciamo a domandarci perché a noi accada qualcosa di diverso.

Persino la capacità di perdonare amare e i accogliere può diventare un terreno sul quale misurare la propria evoluzione. È curioso osservare come l'ego riesca a utilizzare anche il desiderio di trascenderlo per continuare ad affermare sé stesso. Chi cerca di essere più spirituale di un altro sta ancora utilizzando lo stesso metro con cui in altri contesti vorrebbe essere più ricco più apprezzato o più importante.

Cambia l'oggetto della competizione mentre rimane intatto il bisogno di sentirsi superiori.

Durante i percorsi di crescita personale e spirituale mi interessa particolarmente osservare questo passaggio perché spesso viene confuso con il desiderio di evolvere. Una persona può impegnarsi sinceramente nel proprio cammino e continuare a cercare conferme del proprio valore attraverso le esperienze che vive.

La spiritualità può offrirci un'opportunità diversa: riconoscere la nostra umanità e imparare ad abitarla con maggior attenzione.

Ammirare qualcuno per la profondità delle sue intuizioni e lasciare che quella testimonianza arricchisca la nostra esperienza andrà bene così come accogliere gli insegnamenti di un maestro mantenendo viva la capacità di ascoltare noi stessi.

La crescita spirituale acquista profondità quando smettiamo di considerarla una scala sulla quale salire per raggiungere una posizione superiore. D'altronde quale sarebbe il primo posto nell'amore? E chi potrebbe stabilire una classifica della consapevolezza?

Dalla competizione alla cooperazione: un altro modo di crescere

Torniamo per un momento ai due bambini sulla spiaggia.

Immaginiamo che l'adulto invece di proporre una gara si sieda accanto a loro e chieda che cosa stanno costruendo. Uno racconta di voler realizzare una fortezza circondata dall'acqua e l'altro sta progettando una città con tante strade. A quel punto scoprono che potrebbero collegare le due costruzioni attraverso un ponte, e il gioco si trasforma ancora questa volta in una possibilità di collaborazione.

Le idee di uno diventano uno stimolo per l'immaginazione dell'altro e ciascuno continua a contribuire con le proprie capacità. Il castello acquista nuove forme proprio grazie all'incontro tra due visioni differenti.

Questa immagine mi piace perché racconta qualcosa che incontriamo continuamente nella vita adulta. (La userò come esempio per il prossimo modulo della Scuola per FamilyCoach Montessori di Alessia Salvini dove sono co-formatrice.)

Ci siamo abituati a considerare la competizione come il principale motore del miglioramento mentre la cooperazione può generare opportunità che il singolo da solo faticherebbe perfino a immaginare.

Collaborare richiede una relazione sufficientemente serena con il proprio valore. Chi vive ogni capacità altrui come una minaccia farà fatica a riconoscere un talento diverso dal proprio. Chi conosce le proprie risorse può apprezzare quelle degli altri e contribuire a costruire qualcosa di più grande.

Questo passaggio riguarda anche il nostro rapporto con l'abbondanza.

Se considero le opportunità come una risorsa limitata ogni conquista altrui potrebbe sembrarmi qualcosa che viene sottratto a me. Se comincio a riconoscere la possibilità di creare nuove occasioni attraverso l'incontro la condivisione e la collaborazione cambia anche il modo in cui partecipo alla vita.

Naturalmente esistono contesti in cui le risorse sono effettivamente limitate e la competizione svolge una funzione concreta. La consapevolezza ci aiuta proprio a riconoscere la differenza tra una situazione che richiede di competere e un'abitudine mentale che trasforma ogni incontro in una gara.

La cooperazione in questo senso è una scelta che nasce dalla maturità interiore e dalla capacità di riconoscere l'altro come una persona con cui condividere possibilità.

Superare il bisogno di competere e ritrovare la propria strada

Pensiamo spesso al modo in cui la natura si sviluppa.

Nel bosco ogni albero cresce secondo caratteristiche proprie influenzato dal terreno dalla luce che riceve e dalle condizioni che incontra. Alcuni raggiungono altezze considerevoli altri si sviluppano vicino al suolo e altri ancora impiegano decenni per diventare grandi.

La loro presenza contribuisce alla vita dell'intero ecosistema attraverso relazioni complesse nelle quali convivono cooperazione e competizione per le risorse.

Questa immagine ci ricorda che crescere significa entrare in relazione con ciò che ci circonda, mantenendo un rapporto profondo con la propria natura.

Anche noi abbiamo tempi differenti sensibilità e talenti che maturano attraverso esperienze personali. Eppure siamo spesso così impegnati a osservare il cammino degli altri da perdere familiarità col nostro.

E qui entra in gioco la trasformazione più importante: recuperare la capacità di riconoscere ciò che ha significato per noi.

Il successo diventa così l'espressione di ciò che siamo e che vogliamo realizzare anziché una prova da esibire per ottenere il diritto di sentirci abbastanza. E quando un altro raggiunge il suo obiettivo riusciremo a riconoscerne il valore e a celebrare.

Mi piace immaginare di tornare su quella spiaggia qualche ora dopo. Il mare si è avvicinato e le prime onde stanno raggiungendo le costruzioni dei bambini. La sabbia comincia a cedere una torre si sgretola e l'acqua attraversa le strade della piccola città.

I due osservano quello che accade poi raccolgono i secchielli e ricominciano a giocare qualche metro più in là.

La bellezza di quella mattina rimane nelle mani che hanno modellato la sabbia e nel piacere di aver creato qualcosa insieme. Vale la pena di imparare dalla competizione e riconoscere il momento in cui il desiderio di migliorarci lascia spazio al bisogno di dimostrare che valiamo più di qualcun altro.

Possiamo trascorrere un'intera esistenza cercando di arrivare primi e scoprire lungo la strada che la domanda più importante riguarda ciò verso cui stiamo correndo.

E soprattutto se quella direzione l'abbiamo scelta davvero noi.


Se avrai bisogno di comprendere meglio la direzione in cui stai andando

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Lucia Merico

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