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storie di donne che corrono coi lupi un viaggio di consapevolezza al femminile
15 gennaio 2026

La fiaba come punto di partenza

Una casa grande, molte stanze, una porta chiusa. Una donna che entra in quella casa con fiducia, curiosità, desiderio di costruire qualcosa. Molte porte da poter aprire, una sola chiave per aprirle tutte, tranne una. La curiosità che prende il sopravvento, il segno di sangue sulla chiave che rimane anche quando si prova a cancellarlo.

La fiaba di Barbablù la conosciamo in tanti. Sembra una storia che appartiene solo alle pagine del libro, eppure è l'introduzione di vite che si assomigliano. Un modo per dire: quello che segue non riguarda un castello, ma la vita reale. Qui non si parla di mostri, ma della naturale quotidianità, dell'adesso, proprio adesso.

Da qui in avanti Barbablù resta sullo sfondo e il resto della storia entra nelle nostre case.

Piano piano, senza far rumore

Molte donne hanno imparato e ancora imparano la tecnica dell'adattamento. Relazioni, lavori, famiglie, contesti sociali, dove si entra con attenzione, con buona volontà, con l’intenzione di far funzionare le cose.

Si impara quali stanze abitare e quali evitare. Alcuni argomenti restano chiusi in quelle stanze insieme a tutto un non detto che sembra essere amore, e che invece servono solo a minimizzare certi segnali.

Non succede mai tutto insieme. Succede lentamente, un piccolo aggiustamento alla volta. Un silenzio scelto per quieto vivere, l’intuizione messa da parte perché sembra esagerata, e quella sensazione al corpo che non trova parole ma che spinge e ammala.

Così la vita procede, apparentemente ordinata, mentre qualcosa resta sempre fuori campo.

Questa è una modalità antica. Le donne l’hanno praticata per generazioni. Non per debolezza, ma per sopravvivenza, per quello che credevano essere amore, per appartenenza, per il bisogno di sicurezza.

È una forma di consapevolezza limitata ma funzionale, che permette di andare avanti senza fermarsi troppo a guardare.

Il momento in cui lo sguardo cambia

Poi accade un punto di rottura silenzioso. Non sempre è un evento eclatante. A volte è stanchezza o rabbia che non si sa da dove arriva. Altre volte è una domanda che torna sempre uguale, anche quando provi a ignorarla.

È lì che il segno sulla chiave diventa evidenza: qualcosa è stato visto, sentito, e da lì non torna più indietro.

In quella fase molte donne cercano di sistemare, di spiegare, di razionalizzare. Sperano di rimettere ordine senza cambiare davvero posizione al loro sguardo.

Ma ciò che è emerso chiede spazio. Chiede verità. Chiede una consapevolezza più ampia, meno accomodante, più fedele a ciò che di vero c’è.

Vivere nella modernità

Oggi tutto questo accade dentro vite moderne. Donne autonome, competenti, informate, che lavorano, crescono figli, tengono insieme relazioni complesse, attraversano cambiamenti continui.

Eppure il copione resta sorprendentemente simile.

Si continua a reggere molto, a normalizzare troppo, a farsi carico di ciò che non funziona. Si domandano se il problema sia la sensibilità, troppa alla fine. O le richieste, anche loro troppe per chi dovrebbe invece cavarsela da sola portando il mondo sulle spalle.

La distanza tra ciò che si vive e ciò che si sente diventa sottile ma costante.

Difficilmente esplode tutto in un colpo. Per lo più consuma, lentamente, senza quasi accorgersi che sta succedendo.

E quando la consapevolezza cresce, non porta subito soluzioni. Porta domande migliori e un coraggio di stare dentro l’incompletezza.

Parlare cambia la traiettoria

C’è un passaggio decisivo che molte donne riconoscono solo dopo: il momento in cui smettono di tenere tutto dentro. Dire ciò che si vede, raccontare ciò che si è vissuto, mettere parole sincere su ciò che era rimasto confuso, cambia la traiettoria, sposta la posizione interna. 

E così che la storia non resta più chiusa in una stanza. Diventa condivisibile, attraversabile e umanamente comprensibile.

È in questo movimento che la consapevolezza smette di essere un’idea e diventa volontà da praticare ogni giorno, fatta di scelte piccole e di quell'ascolto che finalmente è stato attivato.

Un cerchio che è vita

Storie di Donne che corrono coi Lupi nasce per questo: per usare le fiabe come innesco e aprire spazi in cui le storie personali possono emergere, essere accolte e trovare dignità.

Nel cerchio emergono esperienze diverse e sorprendentemente simili. Vite che non cercano di essere aggiustate, ma comprese. Donne che riconoscono di aver vissuto a lungo in modo poco consapevole, non per mancanza di intelligenza, ma per aver negato di abitare uno spazio necessario, importante. 

Questo lavoro è ora più che mai un fondamentale. Perché vivere con consapevolezza non significa controllare tutto, ma smettere di tradirsi nelle piccole cose. E quando una donna inizia da lì, anche il quotidiano cambia forma.

Da qui partiamo, dalla storia di Barbablù e dal Laboratorio in presenza che terrò il

25 gennaio 2026 dalle 10 alle 14 a Corte Franca (BS)

Saremo insieme senza ruoli da interpretare, dove ciascuna può portare qualcosa per le mani: colori, carta, ferri da maglia, uncinetto, fili, o semplicemente le proprie mani nude. E per la mente ci saranno le storie, le condivisioni, risate, e abbracci. 

Condivideremo il pranzo: ognuna porta qualcosa di vegetariano, come si faceva un tempo. Il cibo, quando è condiviso, diventa racconto anche lui. 

Anche lo spirito della condivisione avrà uno spazio, perché questo laboratorio è benefico. Abbiamo scelto la massima trasparenza:

  • una quota base serve a coprire esclusivamente il costo della sala

  • tutto ciò che verrà raccolto oltre questa cifra sarà devoluto in beneficenza, a un ente o istutuzione scelto dal gruppo.

Aver scelto di riprendere questi incontri in presenza mi rende davvero felice. Perché il cerchio non trattiene per sé: il cerchio fa circolare. E non pensare che sia un corso o una conferenza.

È un ritorno alla saggezza che nasce quando le donne si ascoltano davvero, alla parola che cura, alla storia che, raccontata al momento giusto, diventa medicina.

Se senti che questo tempo ti chiama, sei la benvenuta. Vieni come sei. Porta quello che hai, anche le tue figlie piccole, se vorrai, sono le benvenute e ... 

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Lucia Merico

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