siamo nella stessa anima
28 marzo 2026

Le relazioni iniziano da te

Siediti accanto a me e smettiamo di discutere. Facciamo invece quello che avremmo dovuto fare sin dall’inizio: diamoci il tempo di conoscerci.

Non voglio presentarmi col mio nome, quello già lo sai. Ciò che non sai è cosa mi piace davvero, quali sono le mie paure, i miei valori più grandi, l’ammuffito sogno nel cassetto e quella vergogna che mi porto dentro e che pesa, tanto, da troppo tempo.

Non so perché ho aspettato di arrivare lunga nei modi e nei tempi, fino sbattere contro il muro delle illusioni e delle aspettative prima di poterti dire: «Sediamoci insieme» per presentarmi nuovamente a te.

Le amiche sono pessimiste. «Lascialo perdere. È uno stronzo come tutti gli uomini» e per un po’ ho creduto fosse vero. Ti ho accusato perché, porca miseria, tutto era contro di te! Mi hai delusa, sfruttata, mi hai mentito. Poteva essere diverso il mio pensiero?

Eppure un giorno qualcuno mi ha detto che ci poteva essere un altro modo, e mi sono ricordata di quella voce che ogni tanto sussurrava.

Aveva il timbro che usava mia madre, un misto di dolcezza e forza: «Siamo noi donne a sistemare le cose.» Non le ho mai chiesto cosa intendesse davvero e ho creduto fosse lavorare, stirare le camicie, preparare il pranzo, curare i bambini. Adesso capisco che ero limitata e chiusa nei sensi. In ogni senso.

Sediamoci insieme e parliamo di chi siamo, non l’abbiamo mai fatto: facciamolo adesso. Io ti racconto chi sono e tu mi racconti chi sei. Lo farò prendendoti le mani e guardandoti negli occhi.

Non voglio avere più segreti. Non voglio avere più segreti.

Forse qualcuno per le mie amiche. Forse.

Non so davvero da dove partire, ma quello che so è che l’idea di potermi raccontare a te adesso mi rende più forte, mi fa respirare.

Sai, prima avevo paura di mostrarmi, con tutta la fatica che avevo fatto per sembrare più forte: ero terrorizzata dalle mie fragilità. Attaccarti, sminuirti, ironizzare sui tuoi comportamenti, manipolarti col mio vittimismo era il mio modo per non perdere quell’esile potere che credevo di possedere. E per un po’ ha funzionato.

E poi un giorno mi sono guardata le mani, chiuse a pungo per trattenere. E le ho aperte.

Che dolore lasciar andare! Ma una volta aperte non si sono più richiuse: ho provato a farlo più e più volte, senza risultato. Le mie nuove amiche dicono «Meno male! Stai cominciando a volerti bene. Conosci te stessa e vedrai che meraviglia!» Non so cosa accadrà. Sono curiosa e impaurita di scoprirlo.

C’è qualcosa che si muove piano, quasi in silenzio, quando smetti di difenderti. Non arriva con fuochi d’artificio e nemmeno ti dà subito risposte. Apre nuovi spazi, orizzonti che non avevi immaginato di poter guardare.

E lì cominci a vederti senza filtri, senza ruoli speciali e nemmeno la necessità di avere ragione.

È una posizione spietata e molto scomoda, ma certamente più viva. E per la prima volta non sento più il bisogno di vincere. Voglio collaborare, costruire. A distruggere già lo so fare.

Sediamoci insieme, vicini. Ti terrò le mani tra le mie mentre ti parlerò di me. Comincio io, sono in buona compagnia, ho la voce di mia madre che sussurra: «Siamo noi donne a sistemare le cose»


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